aumento conversione pena detentiva

Aumento conversione pena detentiva

CONFLITTI GIURISPRUDENZIALI: UDIENZA DEL 28 FEBBRAIO 2013

Sezioni Unite: nel reato continuato la pena base è quella edittalmente più alta

Sergio Beltrani (Guida al Diritto)

Source: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/penale/primiPiani/2013/03/sezioni-unite-nel-reato-continuato-la-pena-base-e-quella-edittalmente-piu-alta.php



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1. Premessa

In questa direzione la legge 689 del 1989 ha esteso l'operatività della pena pecuniaria quale sanzione sostitutiva delle pene detentive brevi (sei mesi di reclusione o arresto). Nel nostro ordinamento la pena pecuniaria ha dovuto fare i conti con una serie di problemi (di rilevanza sia costituzionale che pratica) che non hanno contribuito al buon funzionamento di tale strumento sanzionatorio.

Pertanto, cercheremo di toccare i vari aspetti problematici della disciplina della pena pecuniaria, al fine di verificare la possibilità d'eventuali interventi correttivi della materia.

2. La conversione della pena pecuniaria nel codice Rocco

2.1. La disciplina sostanziale e processuale

Circa i mezzi d' impugnazione, il condannato poteva proporre opposizione, priva di effetto sospensivo, sollevando incidente di esecuzione (art. 586, 7º comma c.p.p.). Da rilevare, al riguardo, che i motivi di opposizione erano limitati all'ingiustizia del provvedimento di conversione e all'errore nel calcolo relativo alla determinazione della pena detentiva.

Possiamo concludere questo breve quadro descrittivo evidenziando due essenziali caratteristiche dell'istituto:

  1. l'automaticità della conversione. Era sufficiente il semplice mancato pagamento per innescare un meccanismo che procedeva indipendentemente da qualunque indagine circa la causa e la volontarietà dell'insolvibilità.
  2. l'indifferibilità della conversione. Al di fuori dell'ipotesi dell'art. 237, peraltro posta ad esclusivo vantaggio di una stretta cerchia di soggetti, l'ordinamento non prevedeva alcuna possibilità di procrastinare o dilazionare nel tempo il pagamento della pena pecuniaria.

Lo stesso legislatore, consapevole del rigore dell'istituto, aveva introdotto nel corso delle legislature alcuni temperamenti nella disciplina; in particolare:

  1. l'assegnazione dei condannati a pena detentiva convertita a sezioni speciali del carcere (artt. 38 e 39 del Reg. pen.) (11) e la loro destinazione a lavori diversi rispetto a quelli organizzati all'interno dello stesso stabilimento;
  2. la previsione di precisi limiti alla durata della pena detentiva convertita, fissati in quattro anni per la reclusione e tre anni per l'arresto (L. 603/1961).

2.2. Imperfezioni tecniche

3. La "prima" giurisprudenza costituzionale: la conversione tra effettività della pena e principio di uguaglianza

Passando alle implicazioni costituzionali dell'istituto, bisogna premettere che l'introduzione della pena pecuniaria tra gli strumenti sanzionatori pone il problema di come dare attuazione al comando penale contenuto nella sentenza di condanna, in caso d'insolvibilità del condannato. A meno di rinunciare alla funzione di retribuzione-intimidazione propria anche della pena pecuniaria, l'ordinamento giuridico deve affiancare a tale sanzione degli strumenti idonei a garantirne l'effettiva esecuzione. D'altronde la rinuncia all'esecuzione della condanna configurerebbe una grave breccia nel sistema, poiché non solo alimenterebbe la sfiducia dei cittadini nella risposta dello Stato al crimine, ma prospetterebbe anche ipotesi di impunità, che finirebbero per incentivare la delinquenza.

La patologia delle pene pecuniarie può essere sanata con la previsione di misure che, poste a presidio dell'inderogabilità della pena, consentano alla sanzione penale di non rimanere soltanto minacciata ed irrogata a vuoto, ma di agire secondo propria natura e funzione.

Uno di questi strumenti è costituito dall'istituto della conversione che, attraverso la sostituzione della pena pecuniaria ineseguita con una pena incidente sulla libertà personale, realizza le funzioni di retribuzione e prevenzione generale proprie della repressione penale.

D'altra parte, però, la maggiore afflittività, dovuta alla traslazione della pena dal bene economico al bene della libertà personale, può condurre a discriminazioni tra condannati colpevoli di identici reati e, quindi, compromettere il principio di uguaglianza. Tale disparità di trattamento è tanto più evidente quando la restrizione della libertà personale è avulsa da qualsiasi indagine circa la colpevolezza del condannato nell'inadempimento dell'obbligazione pecuniaria penale.

Pertanto, gran parte della dottrina ha visto nell'istituto della conversione una sanzione per la povertà, poiché determinava una discriminazione tra i responsabili di reati d'uguale entità, fondata su criteri unicamente economici.

Da quanto premesso, si capisce che i termini della problematica relativa alla conversione sono costituiti dalle esigenze di effettività della pena da una parte, e di rispetto del principio di uguaglianza dall'altra. Se da un lato non vi è dubbio che la conversione sia la migliore garanzia per assicurare alla pena le funzioni che le sono proprie, dall'altro quest'istituto pone dei problemi di compatibilità con il principio di uguaglianza, stante il carattere maggiormente afflittivo della pena succedanea.

3.1. La sentenza della Corte costituzionale nº 69 del 1962

La Corte, nella sentenza indicata, pur prendendo atto della disparità di trattamento che si veniva a creare tra i condannati in conseguenza delle diverse condizioni economiche, respingeva recisamente le prospettate tesi di incostituzionalità. Nella decisione, infatti, metteva in relazione gli interessi sacrificati dall'art. 136 del codice penale con l'interesse tutelato dalla stessa norma, col risultato di attribuire rilevanza al principio di inderogabilità della pena rispetto al principio costituzionale di uguaglianza.

Rispetto all'interesse perseguito dall'art. 136, la Corte aveva ritenuto appartenere all'ordinamento giuridico il principio secondo cui "alla esecuzione della pena effettivamente si addivenga, sia pure in forma diversa, affinché la pena non resti minacciata ed irrogata a vuoto ed agisca invece secondo la propria natura e funzione". La corte, dunque, riconosceva il carattere di inderogabilità della pena.

Dal lato degli interessi sacrificati, la Corte aderiva ad una concezione del principio di uguaglianza inteso in senso non assoluto, in modo tale da non ritenere illegittima una diversa disciplina in ordine a due diverse situazioni.

Motivi di brevità non ci consentono di esaminare le serie difficoltà poste dall'interpretazione del criterio della ragionevolezza; basti qui evidenziare l'impossibilità di ricercare nelle sentenze della Corte costituzionale una definizione univoca di tale parametro.

Appare sicura, invece, l'interpretazione adottata dalla Consulta nella sentenza nº 69: le discriminazioni normative devono intendersi ragionevoli (e quindi conformi al principio di uguaglianza) quando tendono a tutelare un interesse non soltanto costituzionalmente protetto ma anche espressivo di un principio generale dell'ordinamento. Pertanto il giudizio di rilevanza espresso a favore del principio di inderogabilità della pena risente di quest'impostazione interpretativa: l'art. 3 della Costituzione può trovare una ragionevole limitazione nell'esigenza di effettività della pena che è espressione di un principio generale dell'ordinamento.

Sulla base di queste considerazioni, la Corte arriva non solo a giustificare, ma anche a valorizzare l'istituto della conversione, assegnandogli la funzione di riaffermare (anziché negare) il principio d'uguaglianza, in quanto permetteva che tutti i soggetti, di qualunque condizioni, fossero pari nella responsabilità di fronte al reato.

3.2. La sentenza della Corte costituzionale nº 149 del 1971

La sentenza nº 149 si proponeva dunque di sanare una specifica situazione patologica, nella quale l'automatismo della conversione non operava soltanto nella fase dell'effettivo mancato pagamento (situazione di insolvibilità) ma già in quella precedente dell'impossibilità giuridica di pagamento (situazione di insolvenza). Riconosciuta come iniqua la prassi applicativa dell'art. 136, i giudici costituzionali hanno ravvisato una violazione dell'art. 3 della costituzione nell'equiparazione tra insolvibilità (fatto oggettivo) e insolvenza (mera situazione contingente e, talvolta, provvisoria) ai fini della conversione della pena pecuniaria in pena detentiva. Che si sia trattato di un intervento mirato su di una specifica situazione era confermato dalla stessa Corte nel momento in cui aveva cura di precisare che con tale decisione non doveva ritenersi smentita "la sua precedente giurisprudenza circa la legittimità costituzionale dell'istituto della conversione".

Del resto, oltre alle manifeste preoccupazioni della dottrina, due atti legislativi manifestavano l'esigenza diffusa di arginare il più possibile l'operatività della conversione che, pur avendo ricevuto il timbro di costituzionalità da parte della Corte, continuava a suscitare perplessità.

4. L'evoluzione della giurisprudenza costituzionale: la cesura della sentenza n.131 del 1979

Abbiamo già accennato alle due opposte posizioni assunte dalla Corte in merito alla legittimità dell'istituto della conversione: se in un primo momento ha concluso per la costituzionalità, successivamente ha optato, rinnegando i propri precedenti, per la soluzione contraria.

A parte tale rilievo, l'argomentazione centrale su cui si fondava la decisione del 1979 si riferiva alla compatibilità dell'istituto rispetto all'art. 3 Cost. La lesione del principio di uguaglianza si verificava, a dire della Corte, allorché esclusivamente per la accertata insolvibilità del condannato, si doveva procedere indifferibilmente ed in modo automatico, alla conversione della pena pecuniaria in pena detentiva. La Corte individuava, dunque, nell'indifferibilità e nell'automatica operatività i tratti salienti del sistema della conversione e, conseguentemente, ne dichiarava l'incostituzionalità; la maggiore afflittività dovuta alla sostituzione della pena pecuniaria con quella detentiva non trovava, infatti, alcuna giustificazione in ordine ad una diversa responsabilità tra autori dei medesimi reati. Pertanto, "le diseguali conseguenze sanzionatorie che potevano verificarsi in relazione alla violazione della medesima norma incriminatrice", erano causate direttamente ed esclusivamente dalle condizioni economiche del condannato. Quel meccanismo di conversione, concludeva la Corte, introduceva un'inammissibile discriminazione basata sulle condizioni personali e sociali, "la cui illlegittimità è apertamente, letteralmente, proclamata dall'art. 3 della Costituzione".

La Corte, inoltre, richiamava anche il principio di inderogabilità della pena, ma assegnandogli un diverso valore rispetto alla precedente pronuncia del 1962. Tale principio non poteva confondersi con il concetto di differibilità della pena in situazioni meritevoli di considerazione; di conseguenza il richiamo all'inderogabilità non serviva a giustificare la conversione automatica ed indifferibile della pena pecuniaria in pena detentiva. In altri termini, una conversione differibile nel tempo non farebbe venir meno il carattere di inderogabilità della pena pecuniaria; come dire: la conversione automatica e indifferibile non è l'unica soluzione per garantire l'effettività della pena.

La Corte, tuttavia, non svuotava del tutto il principio di inderogabilità della pena, ritenendo comunque doveroso garantire il funzionamento del sistema penale nei confronti di tutti i cittadini. Di conseguenza sottolineava la necessità di strumenti a presidio dell'effettività anche della pena pecuniaria; strumenti però compatibili anche col principio di uguaglianza.

  1. anzitutto non ogni forma di conversione deve essere ritenuta illegittima;
  2. la riforma dell'istituto della conversione avrebbe dovuto convergere su di un sistema di sanzioni non detentive: la Corte indicava, tra le varie esperienze pilota del diritto comparato, il cosiddetto lavoro libero;
  3. da ultimo, la Corte invitava il legislatore a contenere le ipotesi di conversione attraverso la predisposizione di adeguati meccanismi di adattamento della pena alle condizioni economiche del condannato.

Al contrario nella sentenza del 1979, pur dichiarando l'incostituzionalità del sistema di conversione, si procede ad un bilanciamento fra i principi implicante due importanti acquisizioni che caratterizzeranno la successiva giurisprudenza: la ricerca di una proporzione tra la sanzione da conversione e la pena pecuniaria; la necessità dell'elemento soggettivo nell'applicazione della sanzione succedanea.

5. La disciplina della conversione introdotta con la Legge 24 novembre 1981, nº 689

Il vuoto legislativo creatosi con l'intervento abrogativo della Corte costituzionale determinava un ribaltamento dei termini del problema. Infatti, se l'originario art. 136 (e 586 c.p.p.) determinava una discriminazione del non abbiente nei confronti dell'abbiente, dalla sua eliminazione è il condannato abbiente a subire un pregiudizio dalla disparità di trattamento: mentre nei confronti del povero la sanzione pecuniaria rimarrebbe ineseguita a causa della mancanza di un meccanismo di conversione, la stessa sanzione andrebbe sempre a buon fine nei confronti del benestante.

Il riassetto legislativo dell'intera materia è stato attuato dal legislatore del 1981, il cui intervento era stato peraltro auspicato dallo stesso giudice costituzionale quando, dichiarando l'illegittimità dell'art. 136 c.p., precisava che non ogni tipo di conversione doveva ritenersi costituzionalmente illegittima.

Il legislatore ha reintrodotto, dunque, l'istituto della conversione al fine di salvaguardare il principio di inderogabilità della pena, ma allo stesso tempo ne ha dettato una disciplina diversa, nel tentativo di adeguare la materia alle indicazioni della Corte. La riforma del 1981, alla quale è dedicato l'intero Capo V della legge, ha interessato vari aspetti della materia della pena pecuniaria, in particolare gli artt.102 e ss. concernono:

  1. i criteri di commisurazione della pena pecuniaria;
  2. la tipologia delle pene da conversione;
  3. i profili processuali della conversione.

5.1. Il nuovo ruolo delle condizioni economiche

L'art.132- bis dispone:

Sempre nell'ottica di una individualizzazione della pena pecuniaria l'art. 133-ter dispone che:

Le condizioni economiche, dunque, non incidono solo sull'ammontare, ma anche sulle modalità di esecuzione della pena pecuniaria attraverso la previsione della possibilità di pagamento rateale. La concessione del beneficio, fra l'altro, non esclude la possibilità per il condannato di estinguere in ogni momento la pena con un unico pagamento.

Tale norma che a differenza dell'art. 133-bis era già contenuta nell'originaria versione del Progetto Bonifacio, non costituisce una novità assoluta per il nostro ordinamento, giacché una qualche possibilità di dilazione era contemplata già nella Tariffa penale (R.D. nº 2701 del 1865). Gli art. 237 e 238 del regio decreto limitavano, però, le facilitazioni di pagamento ai soggetti muniti di garanzie personali o immobiliari, finendo così per considerare le sole condizioni economiche dell'abbiente, il quale trovandosi in una temporanea crisi di liquidità, poteva vantare comunque di un credito o di beni immobili.

La nuova formula impiegata dal legislatore nell'art. 133 ter, per contro, mira a prendere in considerazione soprattutto le condizioni economiche del non abbiente, sganciando la concessione del rateizzo dalla prestazione di garanzie. Tale norma trova, pertanto, applicazione in ogni caso di difficoltà di pagamento e quindi anche a favore di chi, non potendo prestare alcuna garanzia né personale né reale conti soltanto sul proprio reddito o lavoro.

Infine tre sentenze della Corte di Cassazione hanno avuto il merito di interpretare e precisare la disciplina dell'art. 133- ter. La Suprema Corte ha infatti stabilito che:

  1. L'ambito di operatività dell'istituto è limitato alle sole pene pecuniarie, con esclusione delle altre sanzioni pecuniarie non penali presenti nell'ordinamento (Cass. Sez. III, 26 febbraio 1992, in Arch. Proc. Pen., 1992, p. 617);
  2. Il dovere, in capo al giudice di merito, di motivare analiticamente l'esercizio del potere relativo alla concessione o al rifiuto dell'agevolazione di pagamento (Cass. Sez. I, 19 ottobre 1985, in R.P., 1986, p.737);
  3. L'obbligo, in capo all'imputato che voglia fruire della rateizzazione della pena pecuniaria, di fornire attestati comprovanti lo stato di insolvibilità (Cas. Sez. VI, 24 agosto 1993, R.P., 1994, p.692);
  4. L'autorizzazione al pagamento rateale non può essere concessa dalla Corte di Cassazione con la procedura prevista dall'art.538 (ora aborgato) c.p.p. (Cass. Sez. III, 1 luglio 1983, R.P., 1984, 86).

5.2. Le nuove pene sostitutive della pena pecuniaria inesigibile

Il legislatore, pur introducendo un meccanismo di adeguamento della pena pecuniaria alle condizioni economiche, non ha escluso, ovviamente, l'ipotesi che ugualmente si verifichi una situazione di insolvibilità del condannato e, di conseguenza, il problema di come dare attuazione al comando penale. L'art. 101 della legge ha, infatti, reintrodotto l'art. 136 del codice penale, la cui versione attuale stabilisce che "le pene della multa e dell'ammenda non eseguite per insolvibilità del condannato, si convertono a norma di legge". La disciplina della conversione è contenuta negli artt. 102 e ss. della stessa legge che sostituiscono alla pena detentiva, dichiarata incostituzionale, due nuove sanzioni sussidiarie.

Già da questa sintetica esposizione della disciplina sostanziale della conversione risulta evidente il maggior favore che il legislatore ha accordato alla libertà controllata rispetto al lavoro sostitutivo. mentre la sentenza nº 131 del 1979 aveva indicato proprio nel lavoro sostitutivo la soluzione da privilegiare, il legislatore del 1981 gli ha attribuito una rilevanza del tutto marginale, circoscrivendo la sua applicazione al rigido limite monetario (un milione di lire) e alla richiesta di parte.

5.3. La riforma degli aspetti processuali della conversione

Con gli artt. 106 e 107 dedicati rispettivamente all'esecuzione delle pene pecuniarie e alle modalità di esecuzione delle pene conseguenti alla conversione, il legislatore del 1981 ha tentato di adeguare i profili processuali alle innovazioni apportate alla disciplina sostanziale della pena pecuniaria.

La novella del 1981 (art. 106 L.689/1981), eccettuate talune disposizioni inerenti l'esecuzione rateale della pena pecuniaria, lasciava in larga parte immutato il vecchio art. 586 del codice di procedura penale. In particolare, veniva riproposta una identica disciplina circa:

  1. il rinvio alle leggi ed ai regolamenti per la disciplina dell'esecuzione delle pene pecuniarie (I comma) (51),
  2. i presupposti giustificativi della conversione della pena pecuniaria (VI comma) (52).

Soltanto una volta perfezionatosi il provvedimento di conversione emesso dal p.m. intervengono i ritocchi del legislatore del 1981, aprendo spazi di giurisdizionalizzazione nell'automatismo esecutivo della conversione, fino a questa fase affidato totalmente ad organi ausiliari della giustizia.

6. Residui dubbi di costituzionalità dopo l'intervento della Legge sulle "Modifiche al sistema penale"

Nonostante le innovazioni introdotte con la riforma del 1981, la dottrina ha continuato a nutrire sospetti circa la costituzionalità dell'istituto della conversione.

Pertanto la dottrina, certa della natura afflittiva delle nuove sanzioni sostitutive, riproponeva il problema di una discriminazione operata esclusivamente sulla base delle condizioni economiche del condannato.

La parzialità dell'adeguamento del legislatore alla giurisprudenza costituzionale pare, pertanto, sostanziarsi nell'aver aderito ad un sistema di pene sussidiarie che incidano sulla libertà personale non più in termini di privazione, bensì di semplice limitazione; dall'altro nell'aver rifiutato un meccanismo di conversione fondato sul comportamento colpevole del condannato.

6.1. La sentenza 7 aprile 1987, nº 108

  1. la legittimità costituzionale dell'intera normativa sostanziale (artt. 136 c.p.; 102, 103 e 105 L. 689/1981). La riforma dell'81, secondo i giudici a quo, realizzava una situazione normativa analoga a quella oggetto di censura da parte della sentenza nº 131, poiché da un lato la libertà controllata e il lavoro sostitutivo presentavano sempre un carattere afflittivo; dall'altro la maggiore afflittività derivante dalla conversione continuava a presentarsi come conseguenza indifferibile ed automatica dell'impossibilità di adempiere;
  2. la legittimità costituzionale dei commi 5, 6, e 7 dell'art. 586 c.p.p.

La Corte costituzionale, a distanza di qualche anno dall'emanazione della legge 689, ha pertanto avuto l'opportunità di esaminare la nuova disciplina della conversione nel suo complesso.

Con sentenza 7 aprile 1987 nº 108, la Corte si è però limitata a dichiarare l'illegittimità costituzionale di qualche profilo processuale, senza addentrarsi a fondo nella problematica sostanziale del nuovo modello di conversione, finendo così per difendere la disciplina introdotta nel 1981. Vediamo i punti salienti di tale sentenza.

Altrettanto infondata è stata ritenuta la censura circa l'indifferibilità della conversione, ma stavolta tramite una sentenza interpretativa di rigetto. Premesso che il potere di disporre il pagamento rateale spetta al giudice di cognizione (art. 133-ter) e all'intendente di finanza nella fase esecutiva (art. 237 Tariffa penale), sarebbe irrazionale che una facoltà attribuita ad un organo amministrativo, non spettasse anche all'autorità giudiziaria competente a decidere in materia di conversione. Con questa decisione, pertanto, la Corte attribuisce agli organi giurisdizionali il potere di dilazionare la pena anche in fase esecutiva.

Le uniche dichiarazioni di incostituzionalità riguardano i commi 5 e 7 dell'art. 586 del c.p.p. La prima norma infatti introduceva una assurda discriminazione di colui che ammesso al beneficio del pagamento rateale, vedeva convertirsi la pena pecuniaria per il solo mancato pagamento di una singola data, prescindendo quindi anche dall'accertamento dell'insolvibilità generalmente previsto all'art. 586, sesto comma. La seconda norma invece è stata dichiarata incostituzionale nella parte in cui non prevedeva l'effetto sospensivo del provvedimento di conversione, in caso di opposizione del condannato.

In conclusione, la normativa introdotta dal legislatore del 1981 passa il controllo di legittimità costituzionale, essendosi limitata la Corte a dichiarare incostituzionali marginali questioni di rito.

6.2. La sentenza 21 giugno 1996, nº 206

Nelle sentenze del 1979 e del 1989, la Corte aveva infatti indicato nel lavoro sostitutivo la scelta che il legislatore avrebbe dovuto privilegiare, in virtù della sua minore afflittività rispetto alle altre possibili pene da conversione. Il sistema di conversione introdotto con la riforma del 1981, invece, configurava la libertà controllata come regola, relegando il lavoro sostitutivo ad un ruolo marginale. La sentenza del 1989, senza addivenire ad una declaratoria di incostituzionalità, gettava ombre sulla legittimità della libertà controllata, aprendo la strada a futuri interventi della Corte diretti ad espungere dal sistema tale misura ovvero potenziare il lavoro sostitutivo.

Dunque, la sentenza del 1996 compie un ulteriore passo, stavolta concreto, verso l'affinamento della proporzione tra l'afflittività della pena pecuniaria e quella della pena da conversione, rimuovendo l'angusto limite monetario cui era assoggettata la concessione del lavoro sostitutivo. Da rilevare che a differenza delle precedenti pronunce, le quali proponevano un bilanciamento tra i principi di inderogabilità e uguaglianza, la sentenza del 1996 si caratterizza per una nuova impostazione del problema.

Sulla base di queste premesse teoriche, la Corte conclude la sanzione succedanea preferibile è il lavoro sostitutivo perché, lasciando inalterata l'equivalenza economica tra il denaro e l'attività che lo produce, permette di mantenere il rapporto di congruità tra reato e pena pecuniaria

Da rilevare, infine, che la spinta innovativa è rimasta stretta dalla tradizionale impostazione del problema: la ricerca di un bilanciamento tra effettività e personalità della responsabilità penale ha consentito di esprimere la preferenza per il lavoro sostitutivo, ma ha lasciato inalterate le acute tensioni tra i due principi. Ancora una volta, la giurisprudenza costituzionale non ha ritenuto di approfondire i profili che attengono alla colpevolezza del condannato; infatti la sentenza cerca di eliminare i tratti di alternatività subordinazione del lavoro sostitutivo, ma mantiene la libertà controllata tra le sanzioni succedanee ed elude un problema più volte evidenziato dalla dottrina, quello del coefficiente psicologico che dovrebbe sorreggere l'inadempimento.

7. Questioni pratiche e interpretative poste dalla disciplina esecutiva della pena pecuniaria

Dopo l'esame delle implicazioni costituzionali passiamo adesso alle problematiche emerse in sede di esecuzione della pena pecuniaria.

La disciplina esecutiva si articola attraverso una fase di riscossione di tipo amministrativo e il successivo momento giurisdizionale che culmina nella conversione della pena pecuniaria non pagata in una sanzione sostitutiva.

Il procedimento di recupero è per di più inutile: di fatto, le pene pecuniarie (salvo rari adempimenti spontanei) non sono corrisposte dal condannato, il quale è di regola sottoposto alla misura della libertà controllata. Infatti, gli elevati importi previsti dalle fattispecie incriminatrici e la mancanza di un adeguato meccanismo di individualizzazione della pena pecuniaria non consentono al condannato di pagare, rendendo di conseguenza ingiustificati i costi sopportati dallo Stato per la procedura di recupero.

Non possiamo negare quindi che il nuovo codice di procedura penale, mantenendo l'efficacia del procedimento tariffario, abbia rinunciato ad attuare il principio di massima semplificazione nello svolgimento del processo, posto al n. 1 dell'art. 2 della legge delega per il nuovo Codice di procedura penale.

Sull'argomento è intervenuta una pronuncia delle Sezioni Unite per uniformare due diversi indirizzi giurisprudenziali emersi nell'ambito della prima sezione della Suprema Corte.

8. La riforma della disciplina esecutiva

Anche il Testo unico in materia di spese di giustizia è intervenuto nella materia dell'esecuzione delle pene pecuniarie, al fine di introdurre norme di raccordo tra la nuova disciplina della riscossione (introdotta dal 1997) e le norme procedurali che prevedono la conversione delle pene pecuniarie.

La nuova norma pare aver recepito i principi-guida indicati dalle Sezioni Unite nella sentenza Nikolic, secondo la quale la reperibilità del condannato è presupposto indeflettibile della conversione e le relative indagini sono di competenza della cancelleria del giudice dell'esecuzione. In applicazione a tale orientamento, la conversione è stata vincolata al preliminare accertamento della reperibilità del debitore, che si pone dunque quale antecedente logico e procedurale della conversione (I comma). Coerentemente, la nuova disciplina prevede che il credito riviva, nei limiti della prescrizione, nel caso in cui il condannato risulti reperibile, dopo l'annullamento del debito in ragione dell'irreperibilità (II comma). Infine, per favorire la reperibilità dei condannati, l'articolo introduce lo strumento di cui all'art. 143 c.p.c., in relazione ai soggetti nei cui confronti vi è stata una condanna a pena detentiva (III comma).

Nonostante l'obiettivo di unificare la competenza in un unico organo, il legislatore ha comunque introdotto un elemento distonico nel sistema delle pene sostitutive, le cui prescrizioni finiscono per essere determinate da giudici diversi: dai giudici dell'esecuzione nel caso di conversione, dai magistrati di sorveglianza nel caso di applicazione della pena sostitutiva irrogata con la sentenza di condanna.

In ogni caso, una recentissima pronuncia della Corte Costituzionale (sent. 212 del 2003) ha dichiarato l'illegittimità costituzionale degli artt. 237, 238 e 299 (quest'ultimo nella parte in cui abroga l'art. 660 del c.p.p.) per eccesso di delega da parte del legislatore delegato; perciò la conversione delle pene pecuniarie torna ad essere una delle attribuzioni del magistrato di sorveglianza.

In conclusione, l'attualità delle innovazioni legislative non ci consente di verificare il successo o meno di tali riforme. Aspettando che il futuro ci fornisca qualche risposta, nel frattempo possiamo azzardare qualche notazione.

Anzitutto, non sembra che la nuova procedura di recupero/conversione della pena pecuniaria si presenti meno macchinosa rispetto alla precedente. Infatti, è facile ipotizzare che i procedimenti esecutivi difettino ancora in semplicità e agilità, basti pensare che la riforma comporta:

  1. Una moltiplicazione dei soggetti partecipanti al procedimento di recupero/conversione della pena pecuniaria (cancellerie; uffici del registro; concessionari; p.m.; magistrati di sorveglianza);
  2. Un aumento dei passaggi che gli atti devono attraversare prima di arrivare nelle mani del magistrato di sorveglianza:
  3. Un allungamento del tempo necessario per provvedere alla conversione con conseguente potenziamento del rischio di prescrizione.

9. Osservazioni conclusive: l'opportunità di una riforma della pena pecuniaria

Tentiamo adesso di tirare le fila di questo lungo discorso, al fine di individuare le linee di un'eventuale riforma dell'istituto della pena pecuniaria.

Anzitutto, occorre richiamare le conclusioni alle quali è pervenuta la giurisprudenza costituzionale nel corso degli ultimi quarant'anni:

  1. La conversione delle pene pecuniarie è indispensabile per assicurare il funzionamento del sistema penale nei confronti di tutti i consociati;
  2. Una certa maggiore afflittività è ineliminabile e costituzionalmente legittima;
  3. Tale maggiore afflittività deve essere ridotta al minimo possibile e sempre mantenuta entro limiti ragionevoli, accordando la preferenza a quelle sanzioni sussidiarie che incidano il meno possibile sulla libertà personale;
  4. Infine, corollario a queste conclusioni è la necessità di ridurre al minimo i casi di conversione, attraverso opportuni meccanismi di individualizzazione della pena pecuniaria.

Riconosciuta ad ogni sanzione penale la (costituzionale) finalità rieducativa è necessario informare l'intera disciplina della pena pecuniaria del principio sancito dall'art. 27, terzo comma, della Costituzione. Soprattutto, la pena pecuniaria deve essere tale da non compromettere (nei casi di condanna con pene detentive e pecuniarie concorrenti) l'eventuale esito positivo del trattamento rieducativo svoltosi in sede di esecuzione della pena detentiva. Attualmente invece può verificarsi il caso in cui al condannato, dopo aver scontato la pena detentiva e magari dopo qualche anno dalla riacquisita libertà, venga convertita la pena pecuniaria nella misura della libertà controllata, le cui prescrizioni male si adattano al grado di risocializzazione già raggiunto dalla persona. Sotto questo profilo, l'attuale sistema si presenta ancora più assurdo quando, per la violazione delle prescrizioni inerenti la libertà controllata, il condannato torna a scontare una pena detentiva, in forza dell'art.108 della legge sulla depenalizzazione.

Sulla scorta di queste premesse, sarebbe opportuna una riforma della pena pecuniaria da attuarsi attraverso una serie di modifiche inerenti alla normativa sostanziale e processuale.

I problemi della conversione sono correlati principalmente al modello di commisurazione della pena pecuniaria. Infatti, il problema della conversione risulterebbe notevolmente circoscritto, qualora il legislatore si orientasse a favore di un modello commisurativo più idoneo a garantire l'effettivo adeguamento della pena pecuniaria alle condizioni economiche del reo. La legge del 1981 ha imposto al giudice di tener conto delle condizioni economiche nella determinazione dell'ammontare della pena pecuniaria, ma attraverso un procedimento valutativo cosiddetto a somma complessiva, le cui caratteristiche non consentono l'effettivo adeguamento della sanzione alla situazione economica del condannato (vedi par. 4.a).

In realtà, la dottrina ha elaborato un altro sistema commisurativo, sempre a struttura bifasica, che rappresenta una specificazione di quello dei tassi giornalieri: la cosiddetta pena pecuniaria a tempo. Tale soluzione contempla anche tassi settimanali e mensili al fine di far coincidere la scadenza dei singoli tassi con le date in cui il reddito è percepito, cosicché ai pregi propri del sistema bifasico si aggiunge l'ulteriore vantaggio di frazionare nel tempo il pagamento della pena pecuniaria. Sennonché, l'eccessiva macchinosità e la circostanza che la dilazione nel tempo della pena pecuniaria possa essere perseguita al di fuori dell'attività di commisurazione, rendono poco plausibile tale soluzione.

  1. la prima riguarda l'estensione della multa, la cui durata minima e massima è fissata rispettivamente in 5 giorni e 2 anni;
  2. l'altra è relativa alla determinazione del singolo tasso giornaliero che può oscillare da 200 a 50.000 pesetas.

Il giudice nella determinazione della durata (estensione) della multa terrà conto delle circostanze e della gravità del fatto, mentre nella quantificazione della quota giornaliera rileveranno esclusivamente le condizioni economiche. Appare evidente, dunque, la caratteristica tipica del modello dei tassi, ossia la netta separazione tra i due momenti commisurativi.

Una perfetta sintonia con i canoni costituzionali richiederebbe in Italia il collegamento della responsabilità sussidiaria ad una misura soltanto limitativa della libertà personale e non anche privativa, di conseguenza sarebbe opportuno (per quanto detto in precedenza) l'adesione ad un sistema di conversione che, in analogia al sistema spagnolo, si colleghi alla responsabilità sussidiaria (quale elemento rilevante ai fini dell'elemento soggettivo), ma si differenzi per quanto concerne la misura da applicare in via sussidiaria.

Tali obiezioni sono capziose e facilmente superabili. La denunciata disoccupazione è un fenomeno d'emarginazione sociale e, pertanto, non imputabile al soggetto. La circostanza che il nostro paese non offra lavoro (si badi bene che questo oltre ad essere un dovere è anche un diritto) non può essere utilizzata come argomento per legittimare le disparità di trattamento derivanti dalla somma complessiva. Quanto alle difficoltà d'accertamento delle condizioni economiche, lo stesso problema si pone anche nel sistema a somma complessiva. La differenza è che nell'attuale sistema il giudice ha la possibilità di eludere quei problemi d'accertamento, non aggirabili invece con il sistema dei tassi giornalieri: le condizioni economiche rilevando contemporaneamente agli altri indici valutativi (art.133), precludono la trasparenza dell'attività di commisurazione e la (conseguente) possibilità di controllare se il giudice di merito ha veramente tenuto conto delle condizioni economiche. Anche quest'ultima obiezione non sembra sufficiente ad impedire l'adozione del modello dei tassi giornalieri.

Infine, si è anche detto che nei confronti del nullatenente il sistema dei tassi non consentirebbe alla pena pecuniaria di svolgere la necessaria funzione retributiva. A questa critica però si può facilmente replicare con la previsione di un sistema commisurativo che preveda misure minime di pena pecuniaria da applicare indipendentemente dalla situazione economica.

9.2. Eliminazione della libertà controllata e possibili soluzioni

  1. la minore afflittività rispetto alla libertà controllata, realizzerebbe un ulteriore passo nella direzione di una concreta attuazione del principio di uguaglianza;
  2. l'omogeneità rispetto al contenuto della pena pecuniaria, rispetterebbe il principio di personalità della responsabilità personale;
  3. l'opportunità di lavorare rappresenterebbe un elemento importante per il reinserimento sociale del condannato, quindi conforme con l'art. 27, terzo comma, della Costituzione.

La probabile riluttanza da parte del legislatore e i problemi organizzativi che il lavoro sostitutivo presenta, ci rende consapevoli dell'improbabilità di questa soluzione.

Esteso l'affidamento in prova anche ai casi d'insolvibilità della pena pecuniaria, perderebbe rilevanza l'attualissimo problema interpretativo sugli effetti estintivi previsti dall'art. 47, comma 12, dell'ordinamento penale, a mente del quale "l'esito positivo del periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale".

Infatti, l'incerta formulazione della norma in esame crea contrasti nella dottrina e nella giurisprudenza circa l'individuazione delle conseguenze estintive: mentre è pacifico che l'esito positivo estingua le pene accessorie (riconducibili nell'ambito degli effetti penali ex art.20 c.p.) invece è discussa l'estinzione della pena pecuniaria. Nella prassi i magistrati di sorveglianza, prima dell'intervento della Corte di cassazione, si sono astenuti dal convertire le pene pecuniarie nei confronti degli affidati che avessero superato il periodo di prova con esito positivo.

Infine, le Sezioni Unite riconducendo ad unità le diverse posizioni interpretative emerse nell'ambito della Prima sezione hanno confermato l'orientamento restrittivo, interpretando gli effetti estintivi dell'art. 47 limitati alla sola pena detentiva.

Quello che appare certo è che lasciare sopravvivere la pena pecuniaria a fronte di una valutazione positiva dell'affidamento in prova si traduce in una violazione dell'art. 27, terzo comma della costituzione, ossia il principio rieducativo.

La stessa Corte Costituzionale, nella ricordata sentenza del 1990, affermava la triplice finalità della pena, specificando che la funzione rieducativa è prioritaria rispetto alle altre (afflittività e retributività), le quali seppur contenuti eliminabili di ogni pena non hanno rango costituzionale. Prevedendo invece l'applicazione della pena pecuniaria dopo l'esito positivo dell'affidamento in prova, si privilegia l'aspetto afflittivo della pena rispetto a quello rieducativo che ne rimane compromesso.

Pertanto la soluzione da noi prospettata non solo supera i problemi interpretativi relativi agli effetti estintivi dell'art.47, ma conforma la disciplina della pena pecuniaria al dettato costituzionale, in riferimento alla funzione rieducativa delle sanzioni penali.

9.3. Modifiche dirette a semplificare la procedura esecutiva della pena pecuniaria

Una scelta razionale potrebbe essere quella di saltare la fase di recupero della pena pecuniaria che, come abbiamo ripetuto più volte, è nella gran parte dei casi inutile, costosa e, aggiungiamo ora, dannosa per i familiari del condannato.

Allora, non del tutto insensata sarebbe la proposta di saltare l'inutile fase di esazione della pena pecuniaria. Decorsi i giorni di pena pecuniaria inflitti (decorrenti dall'eventuale fine della pena detentiva) potrebbe essere previsto un termine entro il quale il condannato deve, alternativamente:

  • adempiere all'obbligo di pagamento;
  • chiedere la conversione della pena pecuniaria, dichiarandosi insolvibile;
  • chiedere la rateizzazione o differimento allegando le prove della propria insolvenza.

Decorso il termine (o eseguita la dichiarazione di insolvibilità) la pena pecuniaria dovrebbe essere immediatamente convertita nella misura sostitutiva, che abbiamo suggerito essere l'affidamento in prova.

Questa grande semplificazione eviterebbe quelli inconvenienti causati dalla macchinosa procedura di recupero attualmente vigente: costi superiori alle spese di recupero; impegno del personale ausiliario; intralci nel lavoro degli uffici di sorveglianza; rischi di prescrizione della pena pecuniaria.

Source: http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/law-ways/bresci/cap3.htm



Foto circa aumento conversione pena detentiva da Google, Bing



La normativa

Codice della Stradaguida in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di sostanze alcoliche

Ecco allora che in risposta all’elevato numero di incidenti stradali provocati da conducenti in condizione di ebbrezza alcolica, la normativa di riferimento è stata più volte modificata dal Legislatore: da ultimo, le sanzioni per chi si pone alla guida di un veicolo con un tasso alcolemico superiore a quello consentito dalla legge sono state decisamente insaprite con la legge del 24 luglio 2008 n. 125 e con la legge del 19 luglio 2010 n. 120.

art. 186, comma 2, C.d.S.tre fasce

tasso alcolemico superiore a 0,5 e non superiore a 0,8 grammi per litrosanzione amministrativapagamento di una somma di denaro che può variare da 500 euro a 2.000 eurosospensione della patente di guida da tre a sei mesi

tasso alcolemico superiore a 0,8 e non superiore a 1,5 grammi per litroammenda da 800 euro a 3.200 euroarresto fino a 6 mesisospensione della patente di guida da sei mesi ad un anno

tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litroammenda da 1.500 euro a 6.000 euroarresto da sei mesi ad un annosospensione della patente di guida da uno a due anniconfiscadel veicolo

tasso alcolemicotra 0 e 0,5 grammi per litroconducenti di età inferiore a ventuno annineo-patentatichi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o di cosesanzione amministrativapagamento di una somma di denaro che può variare da 155 euro a 624 euroart. 186-bis C.d.S.

il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradaleart. 186, comma 2-bis, C.d.S.tutte le sanzioni, amministrative e penali, sono raddoppiateè disposto il fermo amministrativo del veicolo

circostanza aggravantedopo le ore 22 e prima delle ore 7la pena dell’ammenda è aumentataart. 186, comma 2-sexies, C.d.S.

Le conseguenze penali ed amministrative

illecito amministrativoreatoTribunale in composizione monocratica

decreto penale di condanna

opposizioneentro quindici giorni

Lavoro di pubblica utilità

pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilitàcomma 9-bis dell’art. 186 C.d.S.

Il lavoro socialmente utile consiste nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività, da svolgere presso enti pubblici territoriali (Stato, regioni, province e comuni) o presso organizzazioni di assistenza sociale, di volontariato o di lotta alle dipendenze. L’attività viene svolta sulla base di convenzioni stipulate dagli enti con il Ministero della Giustizia o, su sua delega, con il Presidente del Tribunale, le quali indicano anche la natura dell’attività in cui può consistere il lavoro socialmente utile.

durata corrispondente a quella delle sanzioni sostituiteanchefuori dall’ambito della provincia di residenza

L’ammissione al lavoro di pubblica utilità non è subordinata ad una espressa richiesta dell’imputato, essendo sufficiente che egli non si opponga; la norma, invero, prevede che la sostituzione possa essere disposta anche con il decreto penale di condanna.

concesso una sola volta e mai a coloro che in stato di ebbrezza hanno provocato un incidente stradale

molto favorevole per il conducenteestinzione del reatoriduzione della metà del periodo di sospensione della patente di guidarevoca del provvedimento di confisca del veicolo

sospensione della patente di guida

primala patente di guida viene ritirata dalle Forze dell’ordineeviene sospesa provvisoriamente dal Prefetto

sessanta giornispecifica visita medica

Source: http://www.studiolegalelucino.it/2014/guida-in-stato-di-ebbrezza/



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Posted on: July 24, 2016
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